ORARI DI APERTURA

Lo sportello legale dell'Ambasciata dei Diritti e l'osservatorio contro le discriminazioni sono in via Urbino, 18 - Ancona. Per appuntamenti o informazioni potete conotattarci scrivendo a ambasciata@glomeda.org

Il viaggio costituente dal basso

Il 30 gennaio siamo partiti da Ancona la mattina molto presto, ma ce l’abbiamo fatta ad arrivare alle 15.30 a Lampedusa; il vento violento ci ha fatto atterrare nonostante le condizioni di burrasca e di pioggia intensa. Questo viaggio aereo, ci ha dato subito idea di come la vita a Lampedusa, faccia sempre i conti con le leggi del mare e del vento.



I lampedusani con cui abbiamo bevuto un caffè, un bicchiere di vino, nel cui ristorante siamo andati a cena, o che abbiamo incontrato lungo via Roma, ci hanno raccontato che a Lampedusa non si nasce e non si muore. Perché il piccolo poliambulatorio del paese non ha neanche un servizio ostetrico quindi c’è da sperare di aver bisogno di andar all’ospedale di Palermo in una giornata con poco vento con aerei che decollano e atterrano, altrimenti a Lampedusa non si ha diritto di partorire e nemmeno di star male.
Gli unici a morire sull’isola, dicono, sono i migranti.
E dicono anche che a scuola i bambini e i ragazzi, dalle elementari alle superiori vanno a lezione a turni, alcuni la mattina altri il pomeriggio, perché di soldi per sistemare la scuola non ce ne sono e le aule non sono sufficienti per tutti.
Anche per ragioni come queste, i lampedusani non vogliono che il centro di accoglienza sia aperto e che ad esso vengano destinati soldi pubblici.
I lampedusani sono gente di mare e nessuno di loro si sente illegale per aver salvato in quei terribili giorni di ottobre le persone che stavano annegando, averle ospitate in casa propria dandogli da mangiare e bere. Loro a mala pena lo sanno che cos’è il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Sono accoglienti, e lo rivendicano. E quando gli diciamo che siamo d’accordo, che il centro di accoglienza deve chiudere, fanno marcia indietro e ci dicono che in fondo è meglio che il centro ci sia e che i migrati arrivino a Lampedusa perché “almeno loro gli vogliono bene, non come a Mineo che non si sa che fine fanno”.
Siamo andati a Lampedusa per questo. Avevamo appuntamento con decine di associazioni, movimenti, singoli, sindacati, giuristi, gruppi laici e religiosi, da tutta Italia ed Europa, ma avevamo anche l’obiettivo di incontrare chi quest’isola la vive e ai quali è giusto restituirla, nella sua bellezza naturale e con i suoi diritti civili. Ci ha dato forza l’incontro con loro, prima e durante le assemblee di venerdì, sabato e domenica. Ci ha dato la forza per riaffermare ancora una volta che nessun luogo, né Lampedusa né altri vanno relegati a luoghi simbolo del dramma migratorio ad area di frontiera militarizzata. Ci ha dato la forza per riaffermare che per il riconoscimento dei diritti c’è bisogno di un movimento che coinvolga tutto e tutti nei percorsi di costruzione di nuovi diritti e di lotte per la loro conquista.
A Lampedusa va tolta cittadinanza alla detenzione dei migranti e a viaggi disumani per renderla una città educante, curante e accogliente non solo con i migranti, ma anche con quel turismo che a quest’isola dà da mangiare.
Sono stati giorni bellissimi, di conoscenza e scambio, di fatica e soddisfazione, di stanchezza ed entusiasmo, ed ora si riparte ognuno dal proprio territorio, con in mente la gioia di veder su via Roma, centro dell’isola, non solo polizia e militari, ma anche tutti quanti noi parlare con i lampedusani e portare a termine un grande lavoro politico – la Carta di Lampedusa – da cui (ri)partire per immaginare uno spazio EuroMediterraneo diverso per tutti.

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